La mia prima bicicletta

Ad esempio, io non la ricordo la mia prima bicicletta. Potrei alzare il telefono e chiedere a mia madre, che lei si ricorda di cose mie molto più di me – come è solito nelle madri che amano i loro figli più di quanto i figli amino se stessi. Ma io non la ricordo. Ricordo una bicicletta, sì. Ma non sono neppure certo che, nei vari ricordi in cui labicicletta appare, sia la stessa. Potrebbero essere biciclette diverse, successive. Ma ciò che ricordo – e di questo conservo una memoria fisica, tattile – è di me stesso, bambino, che vado su una bicicletta. Ecco.
Ciò che potrei affermare, invece, con certezza è che, a un certo punto, una di quelle biciclette sia stata una Bmx. Le Bmx, giusto per distinguere, non erano quelle che noi ragazzini dei primi anni ottanta chiamavamo bici da cross. Le bici da cross avevano gli ammortizzatori finti (me li ricordo gialli, io, gli ammortizzatori finti delle bici da cross) ed erano una sorta di mutazione genetica delle Grazielle: la bici della cugina modificata da un Hell’s Angel, un chopper di borgata. Ho avuto anche quella, credo. Forse facevo le elementari. Ma nel 1982 (avevo dieci anni) un sabato pomeriggio sono andato al cinema a vedere E.T con i miei, e la bici che Elliot usa per portare il piccolo extraterrestre all’appuntamento con la propria astronave, la bici con la quale vola davanti alla luna, be’, quella bici è una Bmx. Lo so perché uscendo dal cinema ricordo di aver detto a mia madre: “Hai visto? Quel bambino aveva la mia bicicletta”.
La Bmx ce l’avevano un po’ tutti, a dire il vero. Ricordo che io e miei amici ci attaccavamo le carte da gioco ai raggi delle ruote con le mollette, per fare fracasso pedalando. Ricordo i catarifrangenti di plastica sul bordo dei pedali. Ricordo che il mio amico Stefano l’aveva modificata, anche se in questo momento non ricordo più in che modo. Ricordo che Daniele sapeva starci in equilibrio sulla ruota davanti. Ricordo che io avevo battuto il record di impennata sul marciapiede, ma non ricordo se il record era di lunghezza o di tempo (credo contasse lo spazio percorso). Ricordo che un’estate è scoppiata la moda degli stickers e a casa tutti si chiedeva i soldi ai genitori per acquistare pacchi di stickers in cartoleria da appiccicare al telaio delle nostre Bmx.
Ricordo che mi piaceva andarci a zig zag, con la mia Bmx, farci lo slalom tra le macchie d’unto sul cemento, gli scontrini caduti dai sacchetti della spesa, o anche tra paletti che mi immaginavo soltanto, e quando lo facevo mi sentivo uno che in bici ci sapeva andare; fino al giorno che, mentre ero lì a zigzagare come un funambolo delle due ruote lungo un percorso fantasma, il mio migliore amico si è fermato a guardare e alla fine delle evoluzioni ha sgranato gli occhi e ha detto: “Ma sei scemo?”. Certo, lui non poteva vederli i miei paletti, e credo non sia rimasto il mio migliore amico a lungo. In ogni caso da quel giorno ho smesso di zigzagare.
Se c’è qualcosa di primo che ricordo, invece, è la mia prima bicicletta da corsa. Leggera, magra, calligrafica. Ce l’ho ancora oggi. Si chiama Ufo. Cioè, Ufo non è la marca. Ufo è un adesivo – forse uno sticker avanzato – che in un momento indefinito della storia di quella bicicletta è stato attaccato da qualcuno (non sono certo di averlo attaccato io) vicino alla levetta del cambio. Da quel momento quella bici si è chiamata Ufo.
È la bici migliore che abbia mai avuto, per diversi motivi.
Si è sempre rifiutata di farsi rubare da qualcuno, ad esempio. Nonostante le catene a lei dedicate non siano mai state granché. Nonostante l’abbia lasciata diverse notti attaccata a un palo della luce, alla stazione di Porta Nuova, a Torino, quando, poco più che adolescente, partivo per le gite con gli scout. E poi non si è mai rotta in modo irreparabile (ma questo è comune a tante bici, questo è il bello delle bici). E non gli cadeva mai la catena. Non so perché a certe bici cade sempre la catena (sono un pessimo meccanico), fatto sta che a lei non è mai caduta, punto. Con Ufo ci sono andato da Torino a Cuneo, una volta. E da Torino a Susa, un’altra. Un sabato ho tentato di raggiungere Sestriere, ma mi sono fermato prima – troppa salita. Certo, ora è bruttina. Tutta graffiata, dipinta malamente di un verde che forse in un’altra epoca è stato anche un verde brillante. È nel garage di un amico. L’ho sostituita con una bici da città, comoda e tutto quanto. Ma Ufo c’è. Se mi giro e guardo indietro, lei c’è.
(La mia prima biclietta, edito da Ediciclo, la trovate qui)




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