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Con occhi diversi

on Dom, 18/12/2011 - 17:06

Quando ho cominciato a leggere il libro di Fabio Geda “Nel mare ci sono i coccodrillli” (B.C. Dalai editore), mi è venuto in mente subito il film di Michael Winterbottom, “In this World” (in Italia “Cose di questo mondo”) del 2002, in cui si racconta una storia simile a quella del protagonista del libro, che singolarmente ha lo stesso nome di uno dei due cugini protagosti del film, Enaiat e Jamal, in fuga dal Pakistan in direzione di Londra, passando per Iran, Turchia, Italia e Francia.

Non avevo un cattivo ricordo del film e non ho voluto rivederlo per tenere fermo il confronto con la prima lettura, che è quella che lascia tracce più evidenti sul corpo emotivo. È forte ancora in me il ricordo di un film di denuncia importante per l’impegno e la forza realistica. Resta però vivo anche il ricordo di un film condizionato dallo sguardo freddo del regista e dal suo distacco narrativo.

Completamente diverso il segno di questo terzo libro di Fabio Geda, che invece mi ha colpito per la capacità di coinvolgere il lettore emotivamente, preso per mano dal racconto di Enaiatollah Akbari, un ragazzo che oggi ha circa 20-21 anni (gli è stata assegnata una data ipotetica per il suo compleanno, il 1° settembre) e che ha cominciato il suo viaggio all’età (circa) di 10 anni. Coinvolge non solo perché è molto importante la mediazione sensibile della parola, ma la stessa struttura narrativa scelta dall’autore torinese, cioè la forma dell’ascolto. Geda sceglie questa forma perché ci riporta all’oralità della narrazione ed è quella che ha maggiori possibilità di restituirci la memoria esperienziale dell’io narrante, un’esperienza ancora viva e pulsante sul corpo del giovane Enaiat. Posso sintetizzare in cinque punti l’esperienza dell’ascolto che ho rivissuto leggendo il libro.

La prima cosa che racconta questo libro è il rapporto tra Geda e Enaiat, nato per caso in occasione di una presentazione del primo libro (“Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani”) dello scrittore. Un rapporto che nasce con l’ascolto, con un lavoro di ricerca e di ricostruzione della storia, che Enaiat aveva bisogno di raccontare, ma che aveva anche bisogno di estrarre dal deposito della memoria per essere restituita alla memoria collettiva oltre che alla propria.

La seconda cosa che racconta questo libro è la vicenda in senso stretto, il viaggio di Enaiat che comincia a Quetta, in Pakistan, dove la madre lo abbandona al suo destino. Dopo tre notti passate vicino alla madre, il quarto giorno il piccolo si risveglia solo, senza la madre vicino. Enaiat si trova improvvisamente gettato nel crogiuolo del mondo con il compito di sopravvivere in una realtà in cui non conosce nessuno e in cui deve confidare soltanto sulle sue capacità di resistere e adattarsi per non essere travolto. Il viaggio che lo porterà in Italia (attraverso Iran, Turchia e Grecia, secondo un percorso non lineare di ritorni e di tentativi di fermarsi) non è in programma: Enaiat si sposta solo per cercare un posto dove stare meglio, dove costruire la propria identità.

E infatti la terza cosa che racconta il libro è il viaggio come formazione personale, come crescita e maturazione individuale. Il viaggio comincia per tutti nascendo e si compie veramente solo vivendo. Ma mentre la vita di tutti è normalmente accompagnata da una schiera più o meno ampia di figure importanti che ci prendono per mano e ci accompagnano nella crescita, Enaiat si ritrova completamente solo e da solo deve imparare tutto, vivendo, scoprendo, sbagliando, subendo, tollerando, resistendo, cambiando. Unica guida è il suo intuito e la sua capacità di capire quando è necessario fare una scelta importante e cambiare direzione nel viaggio. Enaiat è pero anche accompagnato da una terna di comandamenti che gli ha trasmesso la madre prima di abbandonarlo: non rubare, non uccidere e non drogarti. Regole morali che per Enaiat saranno tutt’altro che ovvie e banali semplificazioni.

La quarta cosa che racconta il libro è l’universo di emozioni e sentimenti, di bisogni e desideri di un bambino, che la scrittura imprime al lettore nella lettura. Per quando soggettiva possa essere l’esperienza della lettura, la forma dell’ascolto che l’autore ha consegnato alla sua scrittura induce il lettore ad emozionarsi nelle emozioni di Enaiat, a sentire nei sentimenti del bambino, a desiderare e soffrire nei desideri e nella sofferenza cui obbliga il viaggio della vita. Questo è un pregio della scrittura e quindi è un merito dell’autore, perché egli è riuscito, a partire dal suo ascolto, a riprodurre nella lettura la medesima esperienza intima e personale dell’ascolto. Una forma espressiva decisiva, ma non solo. Perché questa è anche una scelta ideologica, anzi un invito ideologico, cioè l’affermazione e la denuncia del diffuso contemporaneo deficit di ascolto e di capacità di ascoltare, quindi di solidarietà, che caratterizza i nostri tempi. Perché l’ascolto è la prima forma di solidarietà necessaria per una comunità. In questo humus narrativo la sincerità dei due è evidente ed è il presupposto della lettura: non dubitiamo mai della verità del racconto perché non viene mai meno la percezione della sincerità di chi racconta (sia esso il protagonista o il narratore). La quinta cosa che racconta il libro è quindi il lavoro di scrittura: 10 anni di vita raccontati nella forma dell’ascolto sembrano scorrere come fossero 10 anni di ascolto che si avvertono nello scorrere delle pagine. In questi di dieci anni Enaiat è vissuto e cresciuto ed è cambiato. Geda sembra voler restituire la temporalità dell’esperienza nel racconto. Così all’inizio del racconto Enaiat racconta come un bambino di 10 anni perché la scrittura cerca di restituire l’espressività infantile di quella età, colorata da fantasie, metafore, modulazioni e sensibilità tipiche di un bambino di 10 anni. Ma noi sappiamo che il racconto Enaiat lo ha ricostruito alla fine del suo viaggio e che l’ascolto ha messo davanti allo scrittore torinese un ragazzo cambiato dalla sua esperienza anche nel linguaggio, nel suo modo di raccontare. Geda ha cercato di riportare alla luce la temporalità dell’esperienza e questo è un fatto che pesa sulla giusta fortuna di questo libro. Enaiat cresce, le esperienze avventurose e terribili si accumulano, ma il giovane afghano matura un’ironia sottile (che certamente lo ha aiutato a sopravvivere) che trova il suo culmine nelle esperienze di viaggio che Enaiat compie con un gruppo di ragazzi. Come per esempio la storia del viaggio in gommone sulle coste della Grecia, che nella drammaticità dei fatti si accompagna anche a momenti divertenti. Lo stesso viaggio altamente drammatico dall’Iran alla Turchia attraverso le montagne, è segnato nel racconto da una maturazione espressiva di Enaiat che ci traduce quell’atmosfera di morte che incombe sui viaggi della speranza di migliaia di uomini in fuga verso un presente di libertà e dignità.

In una recente intervista Fabio Geda ha definito la storia di Enaiat racontata dal suo libro una storia utile perché dopo averla letta si è costretti a guardare il mondo con occhi diversi. Io credo che questo sia vero, ma solo in parte. Perché l’ascolto è quell’esperienza che presuppone non solo un narratore e una narrazione efficace, ma anche un ascoltatore disponibile. Se valutassi il gradiente di civiltà della nostra attuale società occidentale e delle nostre democrazie sulla base della variabile dell’ascolto la conclusione sarebbe che la nostra civiltà è in caduta libera e che il degrado socioculturale è fortemente compromesso se non irreversibile. Le responsabilità politiche non sono irrilevanti. Sono sicuro che la cultura dell’egotismo, legittimata non solo dal successo leghista ma anche dal cinismo liberista e non ultimo dal politicismo strisciante e affarista che conquista la nostra classe dirigente, non è una cultura dell’ascolto. A molti di questi la storia di Enaiat non offrirebbe margini di redenzione e di riscatto. Ma l’ottimismo poggia su fatti concreti: ce lo dice lo stesso Enaiat quando racconta che decide di restare in Italia perché in Italia ha incontrato delle persone che lo hanno aiutato in modo disinteressato. Molte delle persone che ha incontrato per strada hanno cercato - a loro modo - di aiutarlo, dai mercanti afghani, ai datori di lavoro iraniani ai trafficanti di uomini. Ma non bisogna comunque dimenticare che quella di Enaiat è una storia finita bene accanto a mille altre storie finite male. Molti dei suoi compagni di viaggio sono morti e tanti altri ancora stanno inseguendo una speranza. Io credo che questo libro possa veramente cambiare la percezione degli altri soprattutto se quegli altri di cui parliamo sono soprattutto i giovani, cioè persone che stanno affrontando un viaggio di formazione e che quindi sono disponibili a cambiare. Io credo che in questa storia e in questo racconto ci sia un messaggio molto forte che viaggia sotto le righe, in uno spazio tra storia e racconto che emerge bene nelle finestre di dialogo tra Fabio e Enaiat che spezzano il racconto. Dopo l’incontro con una nonna greca che aiuta Enaiat, Geda lo incalza: «Mi racconti le cose, Enaiat, ma subito scappi verso qualcos’altro. Dimmi qualcosa di più di questa signora. Descrivimi la sua casa. – Perché? – Come perché? A me interessa. Magari anche agli altri. – Sì, ma te l’ho già detto. A me interessa quello che è successo. La signora è importante per quello che ha fatto. Non importa il suo nome. Non importa com’era la sua casa. Lei è chiunque. – In che senso chiunque? – Chiunque si comporti così» (p. 123).

Noi abitiamo per caso questo mondo e solo il caso ci assegna ad un luogo e ad un tempo piuttosto che ad altri luoghi e tempi. Nasciamo nomadi e stanziali allo stesso tempo,cioè viaggiatori. Il viaggio significa che nel mondo noi siamo gettati come ospiti transitori e che quindi il nostro vivere è un transitare: ciò che importa non è dove vivi ma come vivi e il significato che dai alla tua vita nel convivere con gli altri. Nessuno è autorizzato a ritenersi predestinato. Al mondo c’è chi vive il tempo e lo spazio come una finestra aperta al mondo, alla conoscenza e alla crescita; mai sono altri che pensano che nascendo occupiamo uno spazio e un tempo di cui siamo padroni assoluti e che gli altri sono un nemico da respingere. La terna dei comandamenti che Enaiat eredita dalla madre sono una guida perché sono input che spingono a non crescere egoisti e vigliacchi. Non rubare, non uccidere e non drogarti vuol dire che devi vivere senza offendere il mondo, gli altri e te stesso. Ed essere liberi vuol dire essere liberi di viaggiare, cioè di cambiare.

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