24 November, 2007 | da Fabio |
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Educare.  Accade che un tempo le cooperative sociali potevano assumere chi ritenevano più adatto al ruolo, indipendetemente dal titolo di studio. Io, nella mia, sono entrato così. Io sono laureato in Scienze della Comunicazione. La maggior parte dei miei colleghi, quelli che hanno superato la prova del tempo e che perseverano in questo mestiere non sono educatori professionali, e neppure laureati in Scienze dell’Educazione. Ci siamo tutti formati successivamente, in itinere. Ora un decreto legge non lo permette più: le cooperative devono assumere solo ragazzi con il titolo. Prima, nella mia comunità , tutti i nuovi educatori che entravano, rimanevano almeno un paio d’anni. Ora che mettiamo dentro questi giovani laureati ne stiamo cambiando quattro all’anno. Sì, grazie, non sapevo, non pensavo, è difficile, non credevo fosse così duro, non riesco a scontrarmi… Non contesto il decreto legge. Semplicemente mi chiedo cosa gli insegnano all’università .Â
Festaccia. E’ in preparazione il primo incontro degli anobiini di Torino, sabato 1 dicembre, qui. Iscrivetevi e venite.
Premi. Domani vado a Stresa, a scoprire chi ha vinto il Premio Letterario. Vi farò sapere.








7 Risposte a “”
da Mario il 25 Nov, 2007 | Replica
E’ successo lo stesso negli ospedali quando il corso triennale da infermieri professionali è stato sostituito dalla laurea breve in Scienze Infermieristiche.
Qualche solone all’università aveva pensato che con un titolo un po’ più altisonante si poteva risolvere il problema della carenza di infermieri.
Già che c’erano, ridussero le ore di pratica a beneficio della teoria.
Risultato: nel reparto di Rita continuavano ad arrivare giovani neo-laureati che mal reggevano l’impatto con il lavoro in corsia.
Gli infermieri continuano a mancare (fortunatamente ce la caviamo un po’ meglio grazie alle romene e a tante persone che vengono a praticare qui per uno stipendio che è un multiplo di quello a casa).
Anch’io continuo a chiedermi cosa insegnano all’università .
da vitalux il 25 Nov, 2007 | Replica
Confermo cosa analoga pure per il corso di laurea in Medicina e Chirurgia. Quando però incontro alcuni di questi studentelli percepisco un qualcosa che è un problema di fondo ben più grave: la dilagante e diffusa convinzione di avere già tutto in tasca, di non aver bisogno di imparare e l’analfabetismo selettivo per la parola umiltà .
da fausto il 25 Nov, 2007 | Replica
io ha iniziato a are l’educatore a 19 anni (ora ne ho 37), per cui vengo dalla scuola dove prma si fa e poi si rielabora l’esperienza alla luce delle teorie. ho preso il titolo di educatore lavorando e poi la laurea in scienze dell’educazione, sempre lavorando. sicuramente chiudendo le scuole per educatri si è fatta una cazzata, in quanto c’era un grosso patrimonio esperienziale e si era molto collegati al mondo del lavoro, in più si facevano molte ore di tirocinio. anche io mi rendo conto che adesso arrivano dei neolaureati che veramente hanno nessuna esperienza etc. probabilmente sarebbero da rivedere i percorsi che si fanno all’università . però vorrei sottolinerae un aspetto che in parte è dietro questa vicenda dell’obbligatorietà di un titolo di studio specialisico: tu andresti da un medico che ti dice:”guarda io non sono laureato in medicina, però ho un’esperienza di vent’anni”. non so, io vedo ad esempio nel mio lavoro con i minori stranieri che se non ho delle capacità di lettura e di interpretazione della realtà , di determinati fenomeni, ad esempio anche di tipo clinico, antropologico etc. è più difficile lavorare. ripeto io vengo dalla gavetta ho fatto prima tanta esperienza, a lavorare ho imparato a vent’anni nella comunità di capodarco, però ritengo sia necessaria anche una scrupolosa preparazione almeno nelle principali scienze sociali etc. e vedo che noi educatori siamo ancora un pò troppo smandrapponi! sto leggendo il tuo libro, molto bello, veramente. lo corredo con la lettura di murakami, afabulazione di pasolini e lettere dal carcere di gramsci. è un mio difetto, leggo più libri insieme. ciao!
da Annalisa il 26 Nov, 2007 | Replica
Mia figlia sta seguendo scienze dell’Educazione ma negli anni scorsi ha lavorato come facilitatrice culturale in una scuola elementare.
I primi giorni veniva acasa entusiasta e distrutta, verso la fine solo distrutta.
però almeno adesso sa a che cosa sta andando incontro. Naturalmente, l’università la obbliga a una marea di lezioni teoriche. La pratica se l’è cercata lei (anche, diciamolo, per far su un po’ di soldi).
Comunque, lo stesso arrendersi lo vedo io nella scuola media: arriva uno di sostegno, quando sa che non può avere due giorni liberi, si dimette; un altro, di matematica, quando il preside gli chiede di fare un’ora in più (pagata!) alla settimana, per coprire le ore di un allattamento, dice che al sabato vuol essere a casa presto; quarantotto persone hanno rifiutato una supplenza di quasi un anno perché erano solo cinque ore alla settimana (l’allattamento di cui sopra).
Io ho cominciato, con cinque ore alla settimana: pochi soldi, ma punteggio, e comunque, si cominciava a entrare nella scuola.
Mah.
Mi sento triste al pensiero che mi viene da dire che queste nuove generazioni sono un po’ facilone.
Mi sento triste perchè sottolineo vieppiù che io sono evidentemente di ormai vecchia generazione.
p.s.: aNobii, a Torino, ma alle dieci di sera! Come si fa? Troppo lontano, troppo tardi, sigh.
da fabio il 26 Nov, 2007 | Replica
Concordo con te, Fausto. Non andrei da un medico che non ha studiato. Così come non andrei da un medico che ha SOLO studiato (perchè la SUA reazione alla vista del MIO pancreas, potrebbe essere diversa dalla sua reazione alla vista del pancreas elaborato con photoshop sulle pagine del suo libro). Come dice Mario: ridussero la pratica a favore della teoria. Oppure, temo, si fa fare la pratica sbagliata.
Sposo la parola UMILTA’ pronunciata da Vitalux. E la parola ARRENDERSI pronunciata da Annalisa.
da emilio il 27 Nov, 2007 | Replica
da collega, credo che debba essere dietro un minimo di vocazione, spesso sui banchi di scuola la si può perdere…
com’è andata a stresa?
un saluto!
da fausto il 28 Nov, 2007 | Replica
concoedo, concordo. volevo sottolineo due aspetti: entusiasmo (non puoi fare questo lavoro se non ti piace)non c’è cosa peggiore di un operatore “stanco”; e preparazione, curiosità perchè le risposte non le puoi solo leggere sui libri ma i libri li devi leggere.ciao a tutti.